Vita

Giuseppe Consoli

 

brochure opere Giuseppe Consoli

Autobiografia

Mi è toccato di venire al mondo nell’autunno 1919 a Mascalucìa, lindo paesino che si adagia a 420 metri di quota sui morbidi pendii del vasto versante meridionale dell’Etna, con impianto sei-settecentesco, successivo alla grande eruzione dei Monti Rossi (1669), le cui colate laviche circuirono Catania intorno alle mura di Carlo V, e posteriore al violento terremoto (1693) che ne rase al suolo l’antica vicenda urbana.

Insieme alla mia sorellina maggiore, Graziella, vi ho goduto di una amorevole infanzia, accudita dalle premurose attenzioni della mamma, Nunzia Guardo, casalinga, e del papà, Antonino Consoli, maestro elementare a Catania, ove scendeva tutte le mattine, in carrozza, con lo ‘gnuri Giuvanni Pettinaporci’. Nella spaziosa casa avìta, che nel portone di pietra lavica recava incise, in chiave d’arco, la sigla G. C. di un mio avo e la data 1794, la nostra famigliola si integrava delle due zie, Concetta e Anna, sorelle maggiori di papà, che gestivano al pianoterra una ben fornita cartoleria, e della nonna materna, Sara, che veniva spesso a trovarci da Gravina di Catania, paesello adiacente, detto i Prachi.

Ho avuto una fanciullezza vivace e stimolante tra amichetti del vicinato che venivano a giocare con me nel cortile. E poi una istruzione scolastica prestigiosa per i meriti della maestra, Maria Trombetta, che aveva valorizzato talune mie attitudini. Ottenni ad Acireale nel giugno 1928 un diploma di primo grado con medaglia d’oro nella gara di disegno spontaneo tra gli scolari del Circondario Etneo.

Allora, i miei quaderni, zeppi di figure, erano preda abituale dei maestri, ad ogni fine d’anno scolastico. E poiché taluni maestri mi richiedevano per illustrare nelle loro lavagne vari argomenti, un giorno decisi di sottrarmi a tale pedaggio e mi resi irreperibile a scuola per tutta la mattinata. Mi cercarono perfino a casa, suscitando il panico di mia madre. Dichiarai poi che non sopportavo di venire ‘usato’: per me, disegnare, era un piacere istintivo, non programmatico.

Concluse le elementari in paese, sostenni a Catania nel giugno 1930 l’esame di ammissione alla media nell’Istituto Tecnico ‘Carlo Gemmellaro’, con ottimi voti, tranne che in Educazione Fisica: ero rimasto a terra, di fronte ad una pertica. Mi arrampicai per tutta l’estate sui virgulti dei castagneti, a Gervasi, in territorio di Nicolosi, ove avevamo delle proprietà, ma, ad ottobre, l’esito favorevole non mi valse per l’iscrizione a quell’Istituto tecnico: il numero chiuso era ormai saturo. Mio padre provvide ad iscrivermi nel Ginnasio-Liceo Classico ‘Niccolò Spedalieri’, ove trascorsi gli otto anni di studi umanistici. Quella ‘pertica’ aveva segnato il mio destino.

La Mamma aveva avuto in dote anche un appartamento al centro di Catania, in Via San Michele, ma il Papà preferì lasciarlo in affitto. Ne locò un altro, in Via Bambino, 44,nella parte alta della città, prossimo allo ‘Spedalieri’. La famiglia vi si trasferì nell’ottobre 1930; e mio padre smise di viaggiare in carrozza: gli bastava fare una passeggiata attraverso il Giardino Bellini per trovarsi nella Scuola XX Settembre, ove insegnava. Io ero a scuola in pochissimi minuti. Le mie zie dismisero il loro negozio e diedero in affitto i locali del pianoterra alla famigliola del sig. Santo D’Amico, con la moglie Palmina e la figlia Grazia. Il sig. D’Amico era pittore di piastre decorative dei letti di ferro. Sapeva che io disegnavo bene, e mi chiese di predisporgli taluni cartoni trapunti che usava per lo spolvero dei vari soggetti. In compenso, vedendolo dipingere ad olio, imparai ad usare anch’io i tubetti dei colori, l’acqua ragia e le vernici. Nei mesi di vacanza, luglio e agosto, noi tornavamo a Mascalucia. A settembre,andavamo a Nicolosi per le vendemmie. Mio padre aveva fatto ristrutturare la casetta adiacente al palmento, di cui era il ‘Mastru di conzu’ il Massaro Stefano Galvagna, che curava i vigneti della nostra famiglia. Passavo le giornate conversando con i pigiatori dell’uva e partecipavo alle operazioni della pressa delle vinacce.Nei giorni delle vendemmie andavo con mio padre nei vigneti, a dorso di mulo, e conversavamo con i mulattieri e con le vendemmiatrici. Ad ottobre, tornavamo a Catania.

Degli otto anni vissuti allo ‘Spedalieri’, ho moltissimi ricordi: di compagni e di professori, dai vari nomignoli, come dei bidelli. Ma li vedo appiattiti in un amalgama inerte. Ricordo invece due fanciulle: Luigina, al Ginnasio, e Laura, al Liceo. Piuttosto, è la mia ‘vena’ figurativa, ad assumere tra quei ricordi una singolare evidenza interlocutoria. Nel febbraio del ’36 avevo dipinto ad olio su tela Orfeo ed Euridice (qui a destra) e dato luogo a tre grandi disegni a pastello e gesso, su carta grigia, ispiratimi dagli episodi dell’ ‘Inferno’ dantesco, ‘Paolo e Francesca’, ‘Farinata’, ‘Conte Ugolino’. Li apprezzò molto il prof. Enzo Maganuco, insegnante di Storia dell’Arte, che stante allora l’assenza di scuole d’arte a Catania, mi consigliò di studiare i dipinti e le sculture del Museo Civico di Castello Ursino.

Per vari mesi, la domenica mattina, andai a copiare dei particolari interessanti tra le opere esposte, tra cui la testa del Meleagro di Scopas. Una mattina, mentre copiavo un disegno di mani incrociate, di Michele Rapisardi, reggendo il quaderno oblungo con l’avambraccio sinistro,un giovane soffermatosi alle mie spalle osservò: “Ma Lei, così, non vede l’insieme. Venga”. Quel giovane mi fornì un cavalletto portatile. Era il brillante restauratore di dipinti, prof. Giovanni Nicolosi, reduce da Firenze. Ritratto di zia Anna (1937)Divenimmo amici. Ne ho avuto consigli preziosi, per le mie attività professionali, allora imprevedibili.

Spentasi purtroppo nel ’36 zia Concetta, assistita anche da Graziella, ci raggiunse a Catania definitivamente la zia Anna. Nel ’37, eseguìi una serie di ritratti con la matita Negro. Ne ricordo particolarmente due: Zia Anna e Michele Castorina. Nello stesso anno ritrassi, ad olio, Mio Padre e Mario Grasso.

Conseguita la Maturità Classica nel 1938, scelsi la facoltà di Lettere Moderne, nel Siculorum Gymnasium fondato da Alfonso il Magnanimo nel 1443. Con Nunzio Carmeni, Tanino Recupero e Mario Grasso fondammo Il Focolaio, circolo culturale privato ove nei pomeriggi domenicali uno di noi a turno avrebbe trattato temi di comune interesse o ascoltato altri amici musicanti: Nino Caruso Murabito al violino, Carlo Stroppolatini al pianoforte ed al violoncello Ettore Paladino, professionista del Teatro Massimo (è stata memorabile l’esegesi di Carmeni alla Palingenesi del poeta catanese Mario Rapisardi).

Con un ampio dipinto, Prometeo incatenato, presi parte ai Prelittoriali Catanesi dell’Arte, che davano adito agli esami, nella sessione di Febbraio. Andai a trovare nel suo studio un giovane pittore, Ciccio Juvara, indicatomi dal prof. Maganuco. Vi pervenne il noto pittore Sebastiano Milluzzo, di cui avevo ammirato un ‘Ritorno dai campi’. Juvara aveva sul cavalletto un ritratto meticoloso, di cui segnalava la trasparenza del padiglione auricolare. Ci recammo insieme a casa di Milluzzo, che ci mostrò dei grandi fascicoli illustrati su Modigliani, Cezanne e Picasso. Juvara ne ridicolizzava le deformazioni. Milluzzo le esaltava. Io ne ero affascinato: non avevo mai visto opere così stimolanti. Nel 1940 esposi ai Prelittoriali il ritratto di Emilio Greco, ex compagno del Liceo, poi alla facoltà di Giurisprudenza e calciatore del Catania.

Intanto,l’Italia entrava in guerra. Io ero stato ‘abile’ alla visita di leva, ma esentato perché universitario. L’oscuramento, i primi bombardamenti aerei,quartieri di Catania sventrati. Mio padre andava in pensione. La mia famiglia ritornò definitivamente a Mascalucia, rifugio per i catanesi come altri paesi etnei. Ci ritrovammo con tanti compagni. Facevamo gite in bicicletta nei paesi circostanti. Si giocava al biliardo.

Chiamato alle armi e assegnato alla Divisione di Fanteria ‘Regina’, il 2 dicembre 1941 viaggiai con Nunzio Carmeni fino a Verona. Poi, lui proseguì per Vipiteno, io andai a Cervignano del Friuli.

Trascorsi l’intero anno 1942 in tre corsi d’istruzione militare per universitari, a Trieste, a Sagrado sull’Isonzo e alla Scuola Allievi Ufficiali di Fano. Sottotenente nel gennaio ‘43, assegnato al Deposito Misto Truppe Egeo a Barletta e destinato all’isola di Rodi, presi a Venezia la tradotta per i Balcani. Ad Atene visitai l’Acropoli. Dal Pireo trascorsi la fascinosa traversata dell’Egeo. A Rodi, di notte, vidi in cielo, per la prima volta, la mezzaluna con la stella al centro! Sostai nel campo contumaciale di Asguru e quindi raggiunsi a Màssari, nel settore meridionale dell’isola, la Compagnia G.A.F. Dopo varie esercitazioni di tiro a bersaglio mobile col cannone da 47/32 in dotazione, assunsi il comando del caposaldo di Soronì, fra l’abitato omonimo e il greto del torrente Dipotamò, che scendeva al mare da sotto la litoranea settentrionale.

Vi trovai un sergente e due caporali con una ventina di soldati in attendamenti allineati sul pianoro alla base di un’ansa collinare dell’ondulante sistema montuoso centrale. Ampie scritte ‘Aktung Minen !’ corredavano i margini dei campi minati circostanti. La mia tenda, munita di telefono, si annidava sotto un pergolato. Il mio attendente, Leonio Domenico, abruzzese di Pereto (L’Aquila), cucinava per l’intera truppa. Avrei provveduto al vettovagliamento recandomi periodicamente a Sàlaco su camion occasionali. Per il resto, ai soldati in libera uscita, l’abitato di Soronì offriva un bar, botteghe artigianali e varie rivendite.

Taluni soldati ‘anziani’, analfabeti, erano da anni senza notizie dalle famiglie. Ne chiesi i paesi e le province, e scrissi per loro varie cartoline. Ma, nel corso dell’estate, essi furono rimpatriati. Arrivarono dall’Italia le reclute della classe di leva 1923, in parte con abiti e scarpe civili, nonché inermi. Richiesi quanto occorreva al Comando del Sottosettore di Calavarda, ma ne era sprovvisto. Apprezzai che, tra questi ragazzi, Dino Borgatti, da Renazzo di Cento (Ferrara), amasse scrivere su un suo grande e folto quaderno. Si creò un buon rapporto anche con tutti i nuovi arrivati. Era nata intanto una cordiale amicizia con il collega Sottotenente Oreste Sìclari, calabrese, comandante il caposaldo vicino. Insieme, frequentavamo in paese alcune famiglie; ci piacevano due fanciulle: Dimitria e Fotinì, ma eravamo cauti.

Di notte, branchi di cervi si dissetavano al Dipotamò, mentre la luna piena stendeva sul mare una splendida lama di luce.

Il 25 Luglio ’43 crollò il regime fascista. Lo sbarco americano in Sicilia, il 10 Agosto, troncò ogni contatto epistolare con le famiglie, per me come per altri tre siciliani. L’armistizio dell’8 Settembre stravolse tutto nell’isola, come in Italia.

Negli ultimi mesi erano arrivati a Rodi vari reparti corazzati tedeschi, che si erano dislocati, non a caso, intorno a Campochiaro, sede del Comando Generale delle Isole Italiane dell’Egeo. Nella notte dell’8 Settembre, un ‘commando’costrinse l’Ammiraglio Inigo Campioni a firmare la resa ai tedeschi di tutte le truppe italiane dell’Egeo. Ma quella resa rimase occulta sino al pomeriggio del giorno 12, mentre dal 9 settembre fummo in balìa di un conflitto assurdo con assalitori che avevano già in pugno la vittoria ma ci bombardarono con i carri armati e gli aerei Stukas in picchiata. Dovemmo arrenderci, benché enormemente superiori di numero e tutt’altro che vinti.

Purtroppo, in quel tremendo bailamme, era stato ucciso da una granata tedesca il caro Dino Borgatti. Ne curò l’inumazione nella nuda terra il caporale della squadra cannonieri, salvatore Mecca, da Sterpito (Potenza). Appresi poi che nel caposaldo susseguente era stato ucciso il caro amico Oreste Sìclari!

Seguì una fase di totale anarchia. I reparti militari disfatti resero ognuno libero di muoversi. Taluni, che ritennero di andare in Anatolia affidandosi a traghettatori notturni senza scrupoli, tornarono di giorno cadaveri galleggianti alle sponde dell’isola.

Faceva propaganda tra gli Ufficiali, perché aderissimo all’offerta dei tedeschi di collaborare con loro, un certo Colonnello Migliavacca. Avevo raccolto il manoscritto di Dino Borgatti e glielo affidai, perché provvedesse a recapitarlo ai famigliari. Ma poi appresi che il naviglio, con cui quel Colonnello e taluni Alti Ufficiali avevano tentato di tornare in Italia, fosse stato affondato dai Partigiani Greci. Dopo un ultimo saluto agli abitanti di Soronì, da cui appresi ripugnanti malefatte tedesche, andai a Rodi, al Circolo Ufficiali. Mi ritrovai con tre colleghi della mia ex Compagnia: Turi Arena e Ugo Folin, genovesi, e Aldo Scarpa, veneziano. Insieme a tanti altri, liberi di andare in giro, ma di fatto in mano ai tedeschi, decidemmo di attendarci al margine della grandiosa pineta di Arcìpoli, al centro dell’isola. Vi rimanemmo per il resto del 1943. Conobbi altri amici: Vittorio Alfieri, napoletano, Sergio Mezzana, da Molfetta, Alessandro Natta, di Imperia e Dino Bernardi, milanese, che eleggemmo duca di Arcipoli. Curammo uno sperduto cagnetto, setter bastardo, ferito alle gambe. Lo chiamammo Fido. Ci si affezionò devotamente. Un altro cane, Pisquano, vagava sempre famelico nella tendopoli.

Al sorgere del gennaio ’44, dovemmo trasferirci tutti ad Asguru, in attesa di imbarcarci verso la Germania. Il che ebbe luogo ben presto e nei modi più drastici: il mio zaino, pesante di libri, rimase sul molo rodiota.

Viaggiammo in mare fino a Lero. Vi sostammo un paio di giorni. Fido aveva eluso quegli energumeni. Ci scodinzolò felice, a Lero, al di là del recinto. Cacciato via, una fucilata ci avvisò che non lo avremmo rivisto mai più!

Ripartimmo verso il Pireo nella bolgia dantesca di una stiva stracolma di deportati, ufficiali e soldati, che si arrampicavano su una fune per smaltire in appositi bidoni, in ‘coperta’, i bisogni fisici. Ad Atene sostammo accantonati per circa due settimane, trattati in modo urbano, tanto da poterci permettere, in gruppi di tre al giorno, un pranzo in ristorante, da offrire al tedesco di scorta. Poi, eccoci pronti per il grande viaggio in carri-bestiame, tra soste fisiologiche collettive, ben vigilate, un carro alla volta, lungo i Balcani.

Giunti a Mühlberg, smistamento e documentazione, doccia calda, disinfestazione con pennellate alle ascelle e intorno ai genitali, e poi, nudi come vermi, al freddo esterno, alla ricerca dei propri indumenti sparsi a mucchi sulla neve. Con analoghi rituali da un Off-Lager all’altro, trascorsi il resto della guerra, a Küstrin (AltDewitz), a Sänd Bostell (Bremerworde) e infine a Wietzendorf.

A parte gli improvvisi conteggi prolungati, la ‘sbobba’ scarsa, le scomodità dei ‘castelli’ lignei collettivi, e tutti i disagi individuali, devo dire che si affrontava la vita con senso ironico e arguzia. Ad esempio, chi in ciascuna ‘stube’ suddivideva il pane in fettine, pesandone i grammi per assegnarle a tutti in assoluta equità, e chiedeva “a chi, questa?”, era soprannominato l’a-chi-questière.

Si organizzavano persino spettacoli, incontri culturali e mostre di dipinti. Circolavano libri di ogni genere. Ebbi tra le mani testi di Steinbeck, Saroyan, Ungaretti, Saba, Montale, Garcia Lorca, Brancati, Vittorini, Quasimodo, e persino il ‘KN’ di Carlo Belli, per me fondamentale. Conobbi Giovannino Guareschi, Paolo Grassi, Gianrico Tedeschi, Aldo Carpi, Gilberto Martelli, col quale avrei collaborato venti anni dopo a Milano. Con Alessandro Natta ci conoscevamo da Arcìpoli e abbiamo vissuto insieme l’intera trafila da Rodi a Wietzendorf che egli ha esposto nel suo libro: L’altra Resistenza. Ero riuscito a procurarmi fogli di carta, matite e persino colori a tempera, per cui ho fatto, per chi me lo chiedeva, ritratti, caricature, ingrandimenti dei volti di persone care tratte da minuscole foto, nonché composto mie fantasticherie.

Solo nelle settimane del crollo nazista abbiamo rischiato uno sterminio, come descrive il colonnello Pietro Testa, nel suo volume Wietzendorf.

Liberato dalle Armate Inglesi, il 22 aprile ’45, andai come tutti a Bergen, svuotata degli abitanti. Capitai in un Emporio, ove c’era di tutto. Mi rifornii di abiti civili, di scarponi e, ovviamente, di una scatola di colori ad acquerello. Se non ché, nella notte, alcuni ex prigionieri russi armati di coltelli, pretesero gli abiti civili. Venivano dal lager di sterminio nazista di Bergen-Belsen, nei pressi di Hannover (ov’era stata uccisa Anna Frank, come appresi dopo).

Apprendemmo dalla radio i fatti di Dongo e di Piazzale Loreto a Milano. La Sussistenza Inglese ci sfamò mirabilmente: l’area Celsi, che aveva sconciato per avitaminòsi il mio cuoio capelluto, si rivestì di nuova peluria già nella prima settimana di buona alimentazione. Dopo una quindicina di giorni, ritornammo a Wietzendorf. Lunghe passeggiate nella vicina pineta. Una volta raccogliemmo una valanga di funghi, che sottoposti al parere degli Ufficiali Medici, risultarono mangerecci. A casa mia, mio padre aveva vietato tale pietanza. Li assaggiai, con l’apprensione di non fare ritorno a casa. Ma tutto andò felicemente. Si organizzarono serate regionali, tra cui una Serata Siciliana di motteggi, stornelli e recitazioni dialettali, di Meli e di Martoglio. Ne dipinsi il cartellone.

A metà luglio, ormai stufi di attendere il rimpatrio, lasciammo a scaglioni Wietzendorf, in tradotte militari bene accudite. Attraversammo a tappe la Germania dal Nord al Sud e percorremmo l’interminabile Penisola Italica fino alle complesse manovre per traghettare lo Stretto di Messina.

Nella Stazione Ferroviaria scesi per bere ad una fontanella. Mi trovai accanto, riconoscendoci insieme a vicenda, Cola ‘u Checcu, autista di Mascalucia, occasionalmente venuto a Messina in mattinata. Si compiacque del mio ritorno e si offerse di riportarmi a casa. Riacciuffai il mio lercio zaino e vìa! Chiesi a Cola se avesse visto mio padre in quei giorni. Mi rassicurò. Sapeva che preannunciasse i reduci in arrivo il giornale di Catania. Ne comprò una copia che compulsai in macchina: reduce anch’egli da Wietzendorf da due giorni, Melo Messina preannunciava tra gli altri anche il mio ritorno. Per tutto il lungo viaggio da Messina a Catania, allora tra i vari comuni consecutivi, raccontai a Cola episodi della mia vita militare, in Italia, ad Atene, a Rodi e in Germania.
Si era fatta quasi sera. Quando arrivammo davanti al Palazzo Somma, nella piazza della chiesa di s. Vito, patrono di Mascalcia, Cola mi lasciò in macchina, e andò a casa mia. Raccontò di avermi incontrato verso mezzogiorno alla Stazione di Messina, in tradotta, per cui si era fatto un dovere di informare la famiglia. Potevo essere ormai a Catania, e quindi arrivare in paese da un momento all’altro. Intanto, io ero uscito dalla macchina, e mi avevano riconosciuto, dandomi il bentornato, alcuni paesani che ravvisavo a malapena. Superati i convenevoli, quando Cola tornò, ci avviammo tutti verso casa mia. Graziella era già in vedetta al balcone e Papà era sceso in strada, preannunciando il mio ritorno ai nuovi inquilini del piano terra, il sarto Vito Reìna con la moglie Anna, e agli altri vicini di Via Roma. La Mamma mi attese in cima alla scalinata mentre Graziella accorreva. Li serrai stretti tutti e tre al mio cuore, come non mai, Papà, Mamma e Graziella. Non c’era più, ahimè, la carissima Zia Anna. Quella serata, comunque, fu per noi incomparabilmente gioiosa. Il risvegliarmi la mattina dopo entro il mio letto (secondo la celebre canzone milanese), mi riportò alla serena valutazione della realtà: mi erano rimasti quattro esami e la tesi di laurea.

Ripresi i contatti con l’Università. Il mio corso rimaneva quello del 1941/42: Annibale in Italia, per la Storia Romana, Plotino e la Scuola Neoplatonica per la Storia della Filosofia. Mi proposi di liberarmene al più presto.

Il 6 Agosto, apprendemmo dalla radio il lancio della prima bomba atomica americana su Hiroshima. Niente poteva giustificare quello sfoggio disumano di tecnologico sterminio!

Tornai a pensare ai miei problemi. Mi sovvenne che, nel ’41, raccogliesse le dispense del corso di Storia Romana la collega Maria Messina. Sapevo dove trovarla in agosto, villeggiante a Gravina. Ottenni quelle dispense e presi a studiarle. Per la Filosofia, avevo il testo. Esperto di tattica militare, con proprietà di linguaggio, all’esame, sulla battaglia del Trasimeno, feci bella figura con il tremendo prof. Ettore Paratore. Non mi chiese altro. Me la cavai anche su Plotino, con il prof. Carmelo Ottaviano. Per l’esame di Tedesco (biennale), decisi di mostrare il mio piastrino metallico di krigsgefangen e dichiarare che per quella lingua avevo ormai una assoluta idiosincrasia. Risoluto, il prof. Santino Caramella segnò un bellissimo ‘24’ nel mio libretto. Lo avrei baciato! Superai tosto agevolmente la prova di Latino scritto, componendo uno stringato profilo storico-critico su Lucrezio. Dal prof. Stefano Bottari, Ordinario di Storia dell’Arte Medioevale e Moderna, ottenni di svolgere una tesi orale. Egli scelse Telemaco Signorini e i Macchiaioli. Ma si era ormai a novembre inoltrato; rinviai al prossimo giugno quell’ultimo passo.

Avevo tempo libero e ripresi finalmente a dipingere: Donna dell’Etna, Due carciofi, Natura morta e cannata e Fave verdi su drappo rosso.
Si era aperta in quei giorni al Circolo Artistico di Catania la ‘Promotrice d’Arte’, a cui partecipavano artisti di tutta l’isola. Tramite l’amico Pino Basile, giornalista del quotidiano L’ORA di Palermo (anch’egli già a Wietzendorf), recensii quella panoramica sulla rivista settimanale Chiarezza. Vi collaborai ancora con articoli sull’attività individuale di pittori e scultori catanesi nel corso del ’46. Improvvisai anche alla Radio locale un commento estemporaneo della successiva mostra di fotoincisioni a colori di opere degli Impressionisti al Circolo Artistico. Dipinsi quindi I consigli alla sposa, arguto raduno di amiche, e Le comete, mitici fanciulli con aquiloni.

Intanto, il prof. Maganuco era passato ad insegnare all’Università ‘Storia delle Arti e Tradizioni Popolari’. Assegnò, quale tesi di laurea, La Festa di san Vito a Mascalucia alla sorella di Maria, Lina, che si rivolse a me. Il sacerdote don Alfio Lombardo, curato della chiesa di san Vito, le avrebbe fornito le opportune informazioni.
Lina venne a quel colloquio in compagnia di una zia, Amalia, che volle salutare mia Madre, amica sua da giovane. Nel corso di quell’incontro, emerse che i rispettivi Nonni materni delle due famiglie, Messina e Consoli, fossero tra loro primi cugini. Mia Madre rievocò di avere, con me in braccio, incontrato la Mamma di Lina, quando ancora aveva soltanto Maria di un anno. Di quel periodo sono i dipinti: Le donne del gallo, l’Autoritratto gefangen, l’Autoritratto con racconto e Ricordo di Lesbo.

Una mattina, consultai all’Università un testo per la mia tesi. Uscitone in via Etnea incontrai, dinanzi alla Collegiata, Livia Messina, la sorella minore di Maria e Lina, a sua volta matricola alla Facoltà di Filosofia. Ci scambiammo poche parole, ma quell’incontro segnò la nostra vita. Ammiravo Livia da quando era adolescente. Ora, armoniosa nel suo portamento, era per me l’immagine ideale della femminilità. Tornai a casa con in mente la sua visione.

Mia madre se ne compiacque, ma mi riportò alla ragione: Livia poteva avere in mente qualcun altro. Frequentai l’Università, nella speranza di incontrare Livia, ma invano. Incontravo invece Lina. Le confidai il mio fervore per Livia. Mi riferì che Livia si era sorpresa, non essendoci mai frequentati. Tuttavia, per conoscerci meglio senza alcun impegno, se consenziente la loro Mamma, avremmo potuto conversare in casa loro una volta la settimana. Conversammo affabilmente nei mesi seguenti. Livia ascoltava il mio repertorio di esperienze vissute con partecipazione emotiva. Gradì le mie visite ed anche l’imbatterci casuale nell’ateneo. Ci divenne abituale il cercarci a vicenda tra le aule o in biblioteca. E nel febbraio ‘46 ci fidanzammo, con il favore di entrambe le famiglie. Il Papà di Livia, ing. Francesco Messina del Genio Civile, era affascinato dalla cultura umanistica. Il Nonno materno, Sebastiano Mendola (cugino del mio, purtroppo scomparso Nonno materno, Sebastiano Guardo,) era nel mercato del legname un ammirevole selfmademan: se ne riforniva in Europa con propria nave. Personalità brillante era anche uno dei suoi figli, il rag. Carmelino Mendola, erede del padre nel commercio, ma geniale autodidatta nell’ambito delle arti figurative: modellava in plastilina grandi figure, che faceva tradurre in marmo o in pietra lavica da abili scultori.Amava ricevere nella sua dimora grandi pianisti, quali Arturo Benedetti Michelangeli, ed artisti stranieri occasionali a Catania. Il suo Cola-pesce e i gruppi Paolo e Francesca e Noi uomini erano esemplari assoluti. Si stabilì una profonda intesa, tra lui e me, anche per il futuro.

Ritrassi Livia con in mano un ciclamino, su uno sfondo floreale di folto pennelleggio policromo.Era tempo di comizi, il 1946, anno di scelte politiche, di nuovi Partiti, di Destra e di Sinistra, di ‘Referendum Istituzionale’ tra Monarchia e Repubblica, di nuova Costituzione dello Stato.Intanto, il Parroco di Mascalucia, don Arcangelo Longo, mi propose di dipingere per la Chiesa Madre una Pala d’altare: L’estasi di sant’Antonio di Padova. Immaginai il Santo genuflesso a braccia protese verso il Gesuino, incarnantesi luminoso fuori dalla icone dugentesca ov’era in braccio alla Madonna. Chiesi al mio caro amico d’infanzia Concetto Torrisi di posare per gli scorci delle mani del Santo e ne colsi anche le fattezze. Il 13 giugno, col parere favorevole della Commissione Diocesana di Arte Sacra, il mio dipinto fu benedetto dal Parroco Longo e collocato sull’altare, nella navata sinistra della Chiesa Madre, ov’è devotamente venerato tutt’ora.Il 20 luglio ’46, svolsi la tesi orale, ottenendo ‘100 su 110’ e la laurea in Lettere Moderne, che, a settembre, mi consentì di assumere l’incarico per l’insegnamento della Storia dell’Arte al Liceo classico Cutelli di Catania, nelle sezioni staccate di Paternò.

Recandomi lì due volte la settimana, percorrevo con lo sguardo dalla Circum-etnea le distese di fichidindieti. Provai a riprodurre quel paesaggio singolare con grovigli e ghirigori di filettature roteanti, a punta di pennello, simulanti i singoli arbusti a pale sul grigiastro della sciara variegato di muschio arancione o giallastro. Poi presi parte con le Comete e le Donne del gallo ad una collettiva di 87 pittori a Siracusa, recensita da Santi Luigi Agnello.Livia studiava con ottimi risultati agli esami. Mi allietava assistervi a distanza e vederla rispondere agevolmente ai quesiti degli esaminatori. Viceversa, io ero irrequieto. Aspiravo ad una attività redditizia. Ma l’attività artistica esigeva un mercato efficiente. Andare a vivere a Parigi con Livia era un’utopia, una iperbole.

Nel luglio ’47, andai per la prima volta a Milano, ospite di un cugino di mio padre. Livia avrebbe trascorso qualche settimana con i miei. Non sapevo che, d’estate, quasi tutte le Gallerie d’arte fossero in ferie. Solo alla Spiga permanevano opere del gruppo Nuova Secessione, tra cui le Stiratrici e le Lavandaie di Guttuso. Gianferrari mi accolse cordiale e mi diede un modulo per concorrere al ‘Premio Suzzara’. Andai a casa di Salvatore Quasimodo; ne elogiai Ed è subito sera e gli chiesi se fosse disponibile per presentarne una eventuale collettiva di artisti catanesi a Milano. Mi rispose, lapidario: “Noi possiamo apprestare a difesa una città, purché la città esista”. Ritrovai poi alcuni compagni di prigionia, già avviati nelle loro attività.Al ritorno da Milano, capitai insieme ad una comitiva di studenti universitari di Praga. Non conoscevano l’Italiano. Parlavano l’Inglese. Io il Francese. Conversammo in latino, da Milano a Roma, ove loro scesero. Mi arrivò a Mascalucia una cartolina da Praga con tante firme. Ne decifrai una: Dagmar Yelinkova.

A Catania, nello studio di Milluzzo, conobbi Saro Mirabella, assistente di Guttuso a Roma. Ci propose di partecipare alla Quadriennale romana del marzo ’48.
Provai allora con il Flo-master, un nuovo segno grafico piatto, contornante le forme. Ma ne esaurii l’esperienza in una serie di disegni: L’autobus, Le ancelle di Leda, Fichidindiaro, Capre, Venditore di angurie, e numerosi Nudi muliebri in vari atteggiamenti.Allorché tornai a dipingere, mutai quel segno in guizzi sinuosi di colori chiari su forme di tinte scure e tratti serpentini ad inchiostro di china. Nacquero così L’Etna, Uovo e galline, Stornellata in Sicilia e lo Scoparo.

Alla ripresa del nuovo anno scolastico, divennero 8 le 6 ore assegnatimi a Paternò. Dovendo trovarmi a scuola in mattinata, due volte la settimana, presi in affitto un appartamentino a Catania, per evitare le alzatacce da Mascalucia. Ero più a lungo con Livia, la sera. Ma divenni insofferente di quell’andazzo intermittente, dispersivo. Ai primi di dicembre, portai i due dipinti, L’Etna e Uovo e galline, a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, in via Nazionale, sede della Quadriennale. Riabbracciai Tanino Recupero, che non vedevo dal ’41. Sapevo che intanto si fosse sistemato alla Galleria Nazionale di Arte Moderna. Mi presentò alla direttrice, Palma Bucarelli, e mi invitò per la sera a cena in casa dei genitori della sua convivente, Wilia, che lo aveva ribattezzato Jacopo. Su suo consiglio, presentai al Ministero P.I. la richiesta di assunzione, quale salariato temporaneo specializzato, con mansioni ispettive nell’Amministrazione delle Antichità e Belle Arti.

Stante, nel dopoguerra, la carenza di personale nei ranghi dello Stato, ottenni già nella prima settimana del febbraio ‘48, l’assegnazione alla Soprintendenza per le Antichità degli Abruzzi e del Molise, a Chieti (l’antica Teate Marrucinorum). Mi svincolai dal ‘Cutelli’, e congedatomi dai miei cari e da Livia, partìi per Chieti, che trovai candida di neve. Acquistai degli scarponcini adeguati e mi recai alla Soprintendenza, in Palazzo Martinetti. Vi aveva funzioni direttive il dr. Valerio Cianfarani, quarantenne romano, amico di Jacopo, che abitava in stanze adiacenti l’Ufficio e mi consentì di abitarvi anch’io. Si instaurò tra noi un buon rapporto. Nel Marzo ’48, i ministri Gunnella (DC) e Terracini (PCI) inaugurarono a Roma la Quadriennale. Ne strinsi le mani, come gli altri autori, accanto ai miei due dipinti. Ritornai a Catania per le elezioni politiche del 18 aprile. La DC ottenne la maggioranza assoluta, e Alcide De Gasperi espulse le Sinistre dal Governo.

Avviammo con Cianfani nel maggio lo scavo archeologico di Alba Fucens (Avezzano), finanziato dall’Università di Lovanio. Scoprimmo già il primo giorno il cippo del 168° miglio della Via Valeria. La corrispondenza epistolare con Livia divenne intensissima. La chiamavo sempre ‘Gingillina mia’. E lei si firmò ‘la tua Gingi’!
Appresi casualmente che all’Ospedale Militare di Chieti era in servizio Turiddu Sorge, un mio compagno del Liceo, ora medico. Lo raggiunsi e ci frequentammo assiduamente. Lo ritrassi a figura intera, in un paesaggio immaginario. Poi egli andò via. Presi allora ad andare a Roma in corriera il sabato pomeriggio. Con Saro Mirabella frequentai Pericle Fazzini, Emilio Greco, Renato Guttuso e Franco Gentilizi. Modellai in scagliola di gesso armato un nudo accosciato in torsione, Susanna. Andai a Venezia per la Biennale. C’erano, di Picasso, il Gatto che divora un uccello e la stupenda Pesca notturna ad Antibes. Di Henri Moore, i disegni nei rifugi antiaerei londinesi e varie grandi sculture.

A Chieti, modellai Donna al davanzale, una mezza figura dal viso ad uovo (come le figure di Moore), rivolta verso sinistra e con lunga chioma protesa all’indietro sulla spalla destra e le braccia flesse a gomiti prominenti, in pose alterne, orizzontali e verticali. Con smalti policromi ne definìi gli occhi, il naso e le labbra.
Venivano spesso da Roma la Mamma o la sorella di Cianfarani. Le ritrassi entrambe singolarmente.
Nel frattempo, ero impegnato nel reperimento del sistema degli ipocausti nelle Terme Romane di Chieti. Per la mia disposizione al disegno, presi gusto a rilevare le sezioni di scavo ad Alba e quanto occorreva documentare alle Terme di Chieti. Imparai ad usare il tacheometro e la stadia e provvidi a tutte le rilevazioni plani-altimetriche opportune.

Elaborai una serie di schizzi che concatenai ad incastro nel Ratto delle Sabine. Composi Pesciari dei paesi etnei, Falò, il Mangiaspaghetti e ritrassi un amico messinese, Peppino Corio, di San Pier Niceto. Poi trascorsi l’estate ad Alba.

Il 19 ottobre ’49 lo zio Angelo Messina accompagnò Livia all’altare nella chiesa di Cristo Re a Catania, e Livia ed io ci sposammo tra lo stuolo dei parenti e amici delle due famiglie. Nel tardo pomeriggio, lo zio Carmelino e Maria ci lasciarono all’Albergo Belvedere di Nicolosi. Passeggiammo a lungo tra giganteschi pini fino a sera e dopo una breve cenetta trascorremmo la nostra ‘prima notte’.

Attendemmo che Graziella e Mimmo Lombardo si sposassero a Mascalucia il 29 ottobre, e quindi partimmo.
A Chieti, presa precedentemente una stanza in affitto, condividemmo l’appartamento con un’altra coppia già ‘in situ’, Adalgisa e Gaetano Pagliari, da Scanno (L’Aquila), con i quali legammo subito. Alcune sere dopo, ebbe luogo nel soggiorno il cordiale incontro di Livia con Cianfarani e il personale dell’Ufficio. E poi, l’andare al mercato la mattina con Adalgisa agevolò Livia ad ambientarsi nella città.

Cianfarani aveva richiesta la consulenza del Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti, per risollevare da terra un muro delle Terme caduto. Venne a Chieti da Milano l’Ing. Luigi Crema, Soprintendente ai Monumenti della Lombardia, che ci istruì sulle modalità da seguire. E, per il resto del ’49, tutto andò avanti gradevolmente. Nel frattempo, io avevo fatto amicizia con Eraldo Miscia, titolare di un ufficio commerciale nello stesso Palazzo Martinetti, che ci propose un appartamentino ammobiliato di sua proprietà, al piano rialzato, nel palazzo in via Materdomini 53, ove egli abitava con la moglie, Linda, e due cognate, le sorelle Fusco, mature nubili. Con Livia lo visitammo, e preferimmo alla coabitazione, fino ad allora gradita, la totale autonomia che avrebbe consentito finalmente a Livia di dedicarsi alla stesura della sua tesi. Allevammo subito un bel gattino tigrato, Pelèo, particolarmente caro a Livia.

Conoscevo, dal ’48, un giovane pittore teatino, Carlo Marcantonio, che da tempo insisteva perché mi decidessi a fare insieme a lui una Mostra alla Bottega d’arte sul Corso Marrucino: bastava donare un dipinto al proprietario, Mincani. Avevo convogliato a Chieti i miei dipinti siciliani; e tra altri eseguiti di recente, quali Gatto e pattumiera, Uomo che accende la sigaretta, e i grandi disegni, Sterratori a colazione, Donne in pescheria, Contadino siciliano che si disseta, Ragazzo etneo, Gatto che si lecca, scelsi una ventina di pezzi. Marcantonio altrettanti dei suoi. Esponemmo dal 13 al 28 maggio ’50. Ci presentò in un dépliant Ferruccio Barreca, mio nuovo collega in Ufficio.

Recensirono la mostra: Carlo Travaglini (La mostra Consoli e Marcantonio alla Bottega d’arte – Il Giornale d’Italia, 19 maggio); Piero Lunardi (Due giovani valorosi alla Bottega d’arte di Chieti – Il Messaggero di Roma, 23 maggio); Edmondo Paone (Mostra d’arte a Chieti – La Voce Repubblicana, 25 maggio); Giacomo Vaccari (Le mostre dei pittori: Consoli e Marcantonio – L’Unità / Abruzzo e Molise, n. 127, 30 maggio); Valentino Mirra (Alla Bottega d’arte la personale di Pippo Consoli e Carlo Marcantonio – Momento Sera, 26 maggio).
Fu un autentico successo di critica, oltre che di visitatori. Donai al Mincani lo Scoparo.
In giugno, venne a trovarci da Catania Maria, e rimase con noi un bel po’. Andammo ad Alba Fucens e poi a Scanno con i Pagliari, nonché varie volte a Pescara. Intanto, Lina e Vito Urzì, fidanzati da vari anni, decidevano di sposarsi il 15 luglio ‘50; e Livia tornò con Maria a Catania, mentre io avevo da proseguire lo scavo ad Alba. Attesi a Roma Livia di ritorno, e ci concedemmo una breve vacanza romana. Tornati a Chieti, per evitare che Livia perdesse tempo ogni giorno in cucina, donai il Mangiaspaghetti al gestore del ristorante già per me abituale, che lo espose vistosamente nel locale. Vi pranzammo lautamente per un mese intero.

Inviai al Premio Suzzara il disegno Contadino siciliano che si disseta (cm. 50 x 70). Appresi dai giornali che c’era un ‘Quinto Consoli’, tra gli artisti premiati. Invece (secondo lo slogan del Premio Suzzara: ‘un vitello per un quadro non abbassa il quadro, innalza il vitello’), arrivò a me la cassetta contenente 9 kg di cotechini. ‘Quinto’ era dunque il mio posto nella graduatoria dei premiati. Se non ché, incinta al primo mese, Livia non sopportò l’odore di quei pregiati salumi mantovani. Peleo e il gatto delle sorelle Fusco ne ebbero la loro parte. Il resto lo divisi tra vari amici. Uno di loro, Stelio Carozza, grato al Premio Suzzara, mi offerse, quale spazio ove dipingere, una stanza al piano terra del palazzo di sua proprietà, all’imbocco superiore della via Materdomini. Lo remunerai con il dipinto Contadina abruzzese che dignitosamente recava sul capo un tacchino accovacciato in una grande cesta.
Quando Livia concluse il suo saggio, su Il pensiero filosofico di Bernardino Varisco, la dattilografa dell’Ufficio, Bianca Fusilli, ne dattiloscrisse cortesemente il testo. E il 22 Novembre 1950, Livia si laureò in Filosofia, con 110 e lode, nell’Università di Catania: relatore, il prof. Carmelo Ottaviano.

Il preside del Liceo Classico di Chieti, prof. Luigi Consoli, etneo di Trecastagni, si congratulò vivamente con lei. La sua figliola Rosaria sposò un insegnante catanese, Franco Nicolosi, ed io donai loro la Stornellata in Sicilia del ’47.
Conoscevo da tempo il giovane Giacomo Vaccari (che aveva recensito la mia mostra e frequentando a Roma l’Accademia di Arte drammatica, sarebbe divenuto un brillante regista televisivo: La Pisana e Mastro don Gesualdo). Mi teneva spesso compagnia, in quello che era ormai nei pomeriggi il mio ‘studio’. Si discuteva e si scherzava. Emerse allora nella cronaca giudiziaria di Viterbo il processo al bandito Gaspare Pisciotta, implicato nella strage del 1° Maggio ’47 a Portella delle Ginestre, eccidio di contadini che mi aveva indignato. Parlandone con Vaccari, quel fatto drammatico mi parve idoneo per il tema del Premio Suzzara: Il lavoro e i lavoratori nell’Arte. Cominciai a progettarne vari impianti.

All’alba del 18 maggio 1951, nella clinica pediatrica dell’Ospedale Civico di Chieti, Livia ci donò Valeria. La mia Mamma, autentica sensitiva, aveva sognato all’alba di accorrere al vagito della nipotina.
Frattanto, con l’assistente Romano Lèpore, andai a ‘Saepinum’ (Altilia) nel Molise. Non c’ero mai stato. Sapevo che vi fosse da avviare lo scavo del Teatro Romano. Invece, la cortina muraria esterna, inopus reticulatum di tasselli litici, era a vista per tutto il perimetro. C’era da liberarne la càvea, invasa dalle abitazioni contadine, peraltro non del tutto sgomberate. Lasciai Lèpore a Sepino e tornai a casa. Rifeci la spola ogni settimana e riempii di schizzi un minialbum, con i sembianti di vari operai, di una vecchia spiritata e di un ragazzino, Dumì (Domenico) che si divertiva a vederli nascere. Intanto il falegname della Soprintendenza, Emilio Barbetta, mi aveva costruito un cavalletto a regola d’arte e predisposto il foglio di masonite (cm. 273 x 125) su cui incominciai a comporre alcune figure di Portella delle Ginestre. Finalmente Cianfarani tornò da Alba e lo informai dei lavori fatti a Sepino. Ma egli mi interpose l’aut aut: volevo fare l’archeologo o il pittore? Gli risposi: “Per me, dipingere è come respirare. Posso stare in apnea solo qualche minuto”. Si trattava, in realtà, solo della mia immissione definitiva nei ruoli organici scientifico-direttivi delle AA. e BB. AA., dopo tre anni da salariato temporaneo.

Dipinsi con accanimento la Strage di Portella delle Ginestre: cavalli e muli impazziti dagli spari e donne ferite che tentavano di riparare i bambini e l’uomo con la giovinetta morta sulle braccia. Segnai il dipinto con la scritta: Pippo Consoli, Chieti, 11 agosto 1951, e l’inviai a Suzzara.

Nel frattempo Valeria cresceva bene, Livia e la Mamma erano serene ed io andai a Suzzara insieme a Giacomo Vaccari.
Trovammo in quella cittadina una grande animazione. Apprendemmo che su L’Unità del 5 settembre ‘51, c’era un articolo di Corrado Maltese, Sguardo alle opere del Premio SuzzaraIl Mezzogiorno nella composizione di Consoli: “…In questa grande tela, un po’ macchinosa ma ardita, l’artista ha messo tutto il suo calore di meridionale, riassumendo tradizioni figurative vecchie e nuove: i mosaici bizantini, i carretti siciliani, Migneco, Guttuso, Fougéron e Guernica. E’ però un’opera di grande interesse, con parti veramente belle e da guardare con attenzione”.

La Giuria (Dino Villani, Stefano Cairola, Ettore Gianferrari, Raffaele De Grada, Guido Ballo) mi assegnò la Cucina Economica Marocchi, come nel ’50 a Guttuso. Mi si consentiva di ritirare l’opera, il cui valore quel premio non bilanciava, e di sostituirla con un altro dipinto. Il primo premio, un cavallino, andò ad Ernesto Treccani.
Molti pittori e visitatori mi attorniarono elogiandomi. Seguirono foto e intervistate alla RAI, sposini mi proposero il cambio della cucina in denaro. Ero inebriato e stordito, e direi piuttosto inebetito. Tanto che, quando Stefano Cairola mi chiese se avessi pronte altre opere per una personale a Milano, ignorai di averne e declinai quell’opportunità che mi avrebbe immesso in un mondo a me ignoto. Dino Villani mi richiese un mini-dipinto per la sua collezione.
Vissi da spettatore, non da protagonista, quella giornata straordinaria. Ligio alla mia solitaria operatività istintiva abituale, ero inadeguato a quelle convenzioni salde e concrete. Me ne resi conto solo dopo. Poi, Portella tornò a Chieti. La esposi alla ‘Bottega d’Arte’. L’acquistò la Federazione PCI di Pescara, che ne fece dono a Giuseppe Di Vittorio (per il suo sessantesimo compleanno). Da allora, quel mio dipinto appartiene alla Segreteria Nazionale della CGIL, a Roma.

Ritornammo a Catania con la Mamma e Livia rimase lì con Valeria per passarvi l’inverno. Per il resto del ’51 e per nove mesi del ‘52, mi dedicai esclusivamente al lavoro d’Ufficio. Esplorai il percorso dei cunicoli che portavano l’acqua piovana dalle cisterne urbane di Chieti ai Cisternoni Monumentali delle Terme Romane. Elaborai il grafico planimetrico della ‘Forma Teatis’, da abbinare al saggio che Cianfarani avrebbe pubblicato nel volume V dei Fasti Archeologici. Cooperai assiduamente al nascente Museo Archeologico degli Abruzzi. Ma alla fine ero come svuotato di me stesso. Un trafficante pescarese mi portò via vari pezzi della mia mostra del ’50, da vendere a suoi collezionisti, ma non ne ebbi più notizia. Né lo cercai.

Chiesi alla Direzione Generale delle AA. e BB. AA. il trasferimento ad una delle Soprintendenze della Sicilia, dovendo assistere i miei genitori ormai anziani e sofferenti. Lo ottenni nell’ottobre ’52 per Agrigento. Con il Soprintendente Pietro Griffo presi parte allo scavo in contrada Bonamorone e ad una necropoli sub divo nella Valle dei Templi. Poi in un alloggio in affitto con balcone panoramico sulla Valle, riebbi finalmente accanto a me Livia e Valeria, di un anno e mezzo, già chiacchierina e perspicacissima. Dipinsi Valeria tra i colombi nel Giardino Pubblico.
Riprodussi da una foto, a figura quasi intera e a grandezza naturale, il sembiante della figliola del dr. Griffo, purtroppo scomparsa di recente.

Disegnai le copertine del fascicolo sul 1° Festival della Canzone, per la Sagra del Mandorlo in Fiore del 20-22 febbraio 1953. E’ di quel periodo il quadro il Cane randagio che inviai ad una mostra collettiva a Roma, ma mi fu detto di sostituirlo per ‘ovvie ragioni di decenza’.

Presi parte ad una mostra di pittori girgentani al Museo Civico, promossa dal direttore prof. Giovanni Zirretta. La recensì Alberto Indelicato (futuro Ambasciatore) sul Giornale di Sicilia del 26 febbraio ’53: “…Consoli è l’autentico fulmine nel cielo sereno di questa Mostra: non il più ammirato, forse, ma certo il più discusso. E potremmo non aggiungere altro se non urgesse su di lui un discorso più complesso, per il Cortile Ottavio, un olio di profonde indefinibili risonanze. Notevoli anche le Due ragazze e il Ragazzo etneo”.

Dipinsi poi Gregge di capre, Capraio che munge una capra, Pastorello con due capretti in braccio. Nell’aprile ’53, ammirai a Palermo il Trionfo della Morte Sclafani, allora nel Salone delle Lapidi in Municipio. Visitai a Messina la memorabile rassegna Antonello e la pittura del ‘400 in Sicilia e la simultanea grandiosa mostra personale di Pablo Picasso a Roma, alla Galleria Nazionale di Arte Moderna. Frequentai a Roma la Direzione Generale delle Arti e ottenni in giugno il trasferimento a Catania nella Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale.

Alternammo con Livia e Valeria il soggiorno tra le due famiglie. Nei periodi che trascorremmo a Mascalucia, ripresi a dipingere o a bivaccare tra la Farmacia Pappalardo e il Bar Caruso con i vecchi amici. Conobbi Riccardo Campanella, un nuovo compaesano che ammirò i miei quadri. Gli prestai il Saper vedere del Marangoni, che lo tramutò in critico d’arte sul pomeridiano L’isola di Catania.
Per la Soprintendenza, coordinai i restauri a taluni strappi di affreschi trecenteschi nel Castello Naselli d’Aragona a Comiso e alla Badiazza di Piazza Armerina. Avviai varie ricerche archivistiche. Ravvisai persino che le Torri di Motta Sant’Anastasia e di Paternò fossero state collegate a vista con la Torre in contrada Ombra di Mascalucia (ora in ruderi), nel sistema peri-etneo di Torri Semaforiche per la segnalazione con cortine fumogene di eventuali incursioni piratesche nel territorio. L’eruzione del 1444 aveva sommerso la Torre di Ombra. In quella che ora è una cisterna, si erano rinvenute delle figurazioni parietali. Trovai in una tesi di laurea all’Università notizie storiche sul Palazzo Branciforti – Trabiadi Scordia.

Poi il Soprintendente, arch. Giuseppe Giaccone, andò a Palermo e nel ‘54 gli subentrò a Catania l’arch. Pietro Loiacono, che mi volle al suo fianco nella ricognizione dell’area Orientale isolana, che compimmo con l’autista Eugenio Costa.
Tra maggio e giugno, realizzai, per il Dancing Villa Cardì di Porto Ulisse, sei grandi pannelli a tempera con soggetti di vita contemporanea: Elezioni di Miss in passerella, Danzatori, Giocolieri, Miss sulla spiaggia e fotografi, Coppia al bar, Sci nautico.
Con Livia e Valeria trascorremmo a Mascalucia l’estate. Ora, al piano terra abitava la famiglia del calzolaio Nicosia, molto servizievole verso i miei genitori. Dipinsi Cronaca di Mussomeli, Pescatore di Acitrezza, Stefano, Capre cozzanti, Cesta con ricci di mare, Fanciullo con grappoli d’uva, Cavallo all’abbeveratoio e Autoritratto di fronte a mani in tasca. Radunai quanto di meglio avevo dipinto dal ’46 fino ad allora, e allestìi la mia prima personale antologica nei saloni del Circolo Artistico di Catania dal 27 novembre all’8 dicembre ’54. Nel dépliant, Giovanni Carandente asseriva che “fra quanti pittori contemporanei hanno inserito la cultura antica e il mito della Sicilia nella visione figurativa attuale”, io fossi “il più attento ed equilibrato e sapiente e moderno rievocatore”.

Leonardo Sciascia (Mostra di Consoli a Catania, Gazzettino di Sicilia, Rai, Palermo, 3 dicembre) precisava: “Una personale del pittore Giuseppe Consoli si è aperta il 27 novembre nei locali del catanese Circolo Artistico. In quarantaquattro pezzi vi è documentata un’attività che va dal ’46 al ’54, in un diagramma di sicura evoluzione e di raggiunta maturità, anche se non priva di scarti e di sbandamenti. Consoli ha trentacinque anni, vive in provincia ed è naturale che il suo processo di formazione, la sua ricerca di un linguaggio, non sia immune da smarrimenti ed equivoci. Ma in forza di una sua nativa adesione a motivi culturali squisitamente siciliani, le suggestioni e le esperienze più disparate della cultura figurativa attuale, moderna, egli porta quasi sempre a un punto di perfetta fusione: la lezione di Picasso, che a momenti gli si esteriorizza in un gioco formale, spesso coincide con la sua arcaica forza di rappresentazione, dando luogo a personalissimi risultati.
Ma al disopra di questo arcaico e istintivo vigore in cui si risolve una cultura composita e dispersiva, Consoli ha una qualità che è profondamente sua, il dono di un’ironia, per così dire, in punta di penna: un’ironia che vorremmo chiamare letteraria, ma in accezione rovesciata: cioè non proveniente dalla letteratura ma destinata a fare letteratura. Anche nelle cose sue in cui più evidente è un’intenzione drammatica, o di pura ispirazione sentimentale, questo dono d’ironia traluce come una filigrana; o beffarda si riduce in un angolo, in una figura, in un dettaglio – come una cifra, una siglaForse è un modo inconscio di dare un emblema all’ironìa quella sua preferenza a rappresentare il gatto: il gatto che camminò soletto, vien fatto di dire col Kipling; il gatto che è simbolo di solitaria ironia, di beffarda infedeltà. Nella rappresentazione di animali in genere il Consoli ha una particolare felicità. E il meglio della Mostra ci pare sia da ricercare in queste cose, o in certe evocazioni di vita campestre in cui è un senso di mitica lontananza. Sarebbe un ideale illustratore di favole, il nostro Consoli. O magari un narratore di favole: moderne favole in punta di penna, un po’ alla Steinberg. Ma in Italia non abbiamo un ‘New Yorker’ in cui una simile vena possa trovare sfogo e fortuna”.

Mimì Maria Lazzaro (‘Piccola Galleria’: Pitture di Consoli, La Sicilia, Catania, 4 dicembre) riferiva: “Giuseppe Consoli espone al Circolo artistico quarantaquattro fra quadri, disegni e guazzi. Una mostra personale, quindi, assai ricca (…)che comprende opere compiute in questo ultimo decennio con una chiarezza oggi assai rara e un metodo degno di buona fortuna. Se il Consoli ai tempi dell’ ‘Autoritratto gefangen’ assieme alle altre opere immediatamente susseguenti, era permeato di un substrato letterario – per cui tutta la sua pittura era tenuta dai fili di acciaio di una cultura viva e sprizzante – lo era perché faceva parte di un movimento intellettualistico e la verità pittorica diveniva necessaria in funzione di un fatto estetico interno. Questa virtù di Consoli, che leggiamo fra le fibre della sua pennellata e del suo segno, è quella che a tutt’oggi sostiene tutta la produzione pittorica esposta, sì da farla definire il felice denominatore comune di tutte le sue opere e che fa porre il pittore di colpo, e di prepotenza, fra gli artisti nostri più intelligenti e vivi. La pittura del Consoli, nata da un espressionismo letterario, si è andata incanalando verso forme fauviste e cubiste, prelevando inconsciamente da esse quel minimo di forma esteriore che gli serve per raccontare a noi le sue favole e i suoi sogni con il linguaggio scoppiettante del tempo”.

Anche Ugo Ferroni (Le Mostre d’Arte: Pitture di Consoli al Circolo Artistico e disegni di Zigaina alla ‘Botteghina, Il Giornale dell’isola, Catania, 5 dicembre) ne formulò una acuta diagnosi.

Dopo quel traguardo, rimasi ‘in apnea’, come a Chieti dopo Suzzara. Non ricordo di avere più dipinto, nel ‘55.
Modellai invece in argilla, nello studio dell’amico scultore Saro Frazzetto, che ne fece il calco che a Napoli la Fonderia Chiurazzi mutò in bronzo, una grande piastra ad altorilievo per la Cappella funeraria Sangiorgio Gualtieri del Cimitero di Adrano. Intanto Livia, che dal settembre ‘54 era di nuovo in attesa, portava a termine la nuova gestazione, assistita dalla Mamma e da Maria, e nella giornata del 14 maggio 1955 ci dava in dono Corinna nella clinica pediatrica del dr. Spina.
Mi concessi tosto una escursione lungo la Penisola, insieme all’amico pittore catanese Michele Santonocìto, astrattista geometrico. Sostammo a Napoli, a Roma, a Perugina, a Firenze, a Bologna e andammo a Milano. Non trovai in sede Stefano Cairola e neanche Gianferrari. Santonocito prese accordi con Guido Le Noci, della Galleria Apollinaire in via Brera, per una sua personale. Vi era prossima una personale di Salvatore Fiume. Decisi allora anch’io di predisporre gli accordi per una mia personale nel prossimo anno. L’Apollinaire era una saletta piccolina nel cuore del mondo dell’arte milanese.

Riccardo Campanella mi dedicò, nella sua rubrica Incontri con gli artisti catanesi, su Il Giornale dell’isola di Catania del 21 luglio, un suo lungo articolo: “Consoli ha riscoperto gli eterni valori della pittura, in cui ricordava, della Villa Cardì, “quelle grandi decorazioni che hanno riscosso tanto successo, sia per la smaliziata rappresentazione della società moderna sia per la perfetta realizzazione della sua intenzione pittorica” e, tra i ritratti, “Stefano, in un atteggiamento espressivo e caratteristico, mentre la fisionomia realizza una sintesi psicologica stupefacente”.

Un articolo di Mario Farinella: Alla ricerca del nuovo nella cultura siciliana d’oggi: Nessuno raccoglierà il messaggio dei giovani pittori catanesi? (L’Ora, Palermo, 20 gennaio 1956) recava in centropagina la riproduzione del mio grande disegno del ’50, Sterratori a colazione, che nel ‘51 avevo dato alla Galleria romana La Conchiglia per partecipare alla collettiva di pitture, sculture e disegni La Pace, su indicazione di Mirabella.
Alla sorpresa di vedere quel mio disegno riprodotto su L’Ora, seguì l’imprevedibile visita del Gallerista Bonino, che venne a Catania, mi rintracciò, e acquistò 12 mie tempere, che espose nella sua Galleria a Buenos Aires, insieme ad altre opere di Aimone e di Cassinari.
Per affrontare il pubblico milanese approntai dieci nuovi dipinti di unitario formato e di agile rappresentatività narrativa, esente da coordinate culturali esterne remote o recenti: Ragazzi cacciatori di lucertole, il gioco dello Scaricabarile, Ricamatrici, Donne al balcone, il Voto a Sant’Alfio, Lustrascarpe, Cane randagio, Ferratura dell’asino, Fanciulle al salto della corda, Uomo che si riveste.

Li esposi all’Apollinaire dal 12 al 23 maggio. Avevo invitato all’inaugurazione l’Ing. Luigi Crema, Soprintendente ai Monumenti (venuto a Chieti nel ’49) che mi ospitò nella Foresteria. Visitai le altre gallerie e conobbi molti artisti.
Commentarono la mostra: Raffaele De Grada (RAI, Gazzettino padano, Arti plastiche e figurative, Milano, 5 maggio); Vice, Le Mostre, Consoli all’Apollinaire (L’Avanti, Milano, 15 maggio); Garibaldo Marussi, Gazzetta delle Arti (L’Italia, Milano, 17 maggio); Mario De Micheli (L’Unità, Cronache d’Arte: Consoli, Milano, 22 maggio); Mario Lepore, Mostre d’Arte: Consoli (Corriere Di Informazione, Milano, 25 maggio); Dino Caruso, Sicilia narrata con il pennello: Consoli a Milano (Espresso Sera, Catania, 25 maggio); Dino Villani, Le Mostre d’Arte a Milano (L’Ufficio Moderno, Milano, Luglio, p. 27).

Congedandomi dal prof. Crema gli esposi che avrei gradito stabilirmi a Milano; mi suggerì di attenderne l’opportunità.
Ritornate le opere a Catania, allestimmo con Milluzzo e Stefano Rapisarda una triplice all’USIS di Palermo. La recensì Maria Poma Basile (Espongono a Palermo tre pittori di Catania: Consoli, Milluzzo, Rapisarda, L’Ora, Palermo, 28 settembre 1956): “…ci sembra che Consoli abbia voluto far convergere la ricerca di uno stile che comprenda l’esigenza decorativa da cui partì e quella espressiva che si è andata formando, quella realistica della pittura italiana più engagèe e quella popolare, tradizionalmente siciliana, che va dal vaso sicelioto alla pala da carretto. E’ soprattutto questo accento autoctono, questo riallacciarsi ai caratteri primitivi della nostra pittura, pur decantandoli attraverso una cultura figurativa europea che ci pare la nota più interessante e più ricca di sviluppo nel pittore Consoli. V’è nel suo colore l’opacità ferrigna della lava, di cui è lastricata la sua città, la violenza che grida nelle magliette a righe dei ragazzi e nei gonfaloni delle processioni, la pregnanza della carne olivastra delle donne racchiuse entro il ferro panciuto dei balconi, l’umidità animale dei loro occhi neri come olive, il lento gocciolare del silenzio sulle ricamatrici curve al telaio, la rutilante luce delle nostre strade sotto la tenda arancione del lustrascarpe: e tutto vi è esasperato e fermo in una stilizzazione che ha insieme del primitivo e del barocco, in un colore che predilige i toni fondamentali negli accostamenti più rischiosi, alle volte ostentatamente sgradevoli…

Poi esposi quelle dieci opere al Circolo della Stampa di Catania dall’8 al 23 dicembre. Ne riferirono Dino Caruso (Realismo e umanità nella pittura di Consoli, Espresso Sera, Catania, 17/18 dicembre) e Vito Librando (Piccola Galleria: Pitture di Consoli al Circolo della Stampa, La Sicilia, Catania, 21 dicembre).

Nel 1957, frequentai a Roma il corso speciale dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte e dell’Istituto Centrale del Restauro, riservato ai funzionari scientifico-direttivi delle Soprintendenze dello Stato, e conseguii la Specializzazione in Discipline Archeologiche e Storico-artistiche. Non trascurai di rivolgermi al Capo del Personale delle AA. e BB. AA. aspirando a lasciare l’isola per una sede del Nord. Tornato a Catania, ricordo che lo zio Carmelino mi parlò di un disegno esposto alla vetrina di un negozio di colori. Andammo insieme a vederlo ed egli lo acquistò. Era opera di un giovane di Biancavilla, Pippo Coco, che andammo a trovare. Ebbe inizio così uno dei miei sodalizi più gradevoli e interessanti, a livello intellettivo, per la singolarissima originalità del personaggio, Pippo Coco, che sarebbe divenuto uno dei maggiori e dei più caustici umoristi italiani in campo internazionale. Ci saremmo frequentati piacevolmente a Genova, a Milano ed in Sicilia.

Mi scrisse a metà ‘57 l’arch. Armando Dillon, Soprintendente ai Monumenti della Liguria, proponendomi di trasferirmi a Genova. Affidai i miei genitori alla solerte famiglia Nicosia, e con Livia e le bimbe andammo ad abitare nel Palazzo Reale di Genova in via Balbi. Per l’Ufficio, assunsi la tutela paesistica della Riviera di Levante.

Dopo quanto avevo visto a Milano e a Roma, sentivo di essere ormai ad una svolta. Dal ’36 al ’56, avevo emesso a getto continuo tutto il mio patrimonio figurativo. Ora, immaginavo strutture di fibre metalliche. Dipinsi Pomeriggio di un Fauno con pennelleggio spezzettato. Appresi ad usare l’arco elettrico e realizzai in fili di ferro il configurarsi dei tracciati lineari esteriori di una Capra. Composi il gruppo dei Ragazzi in gioco a scaricabarile.
Purtroppo improvvisamente, il 30 dicembre ’57, Papà ci lasciò. Andai per le esequie. Affidai la Mamma a Graziella, oltre che ai premurosi Nicosia.

Nel ’58, su commessa del milanese comm. Tizzoni, costruttore del complesso turistico-residenziale di Bergeggi (Savona), saldai in fili di ferro lo schema di una grande figura di Suonatore di clarino, poi collocata in cima all’isolotto. Realizzai per la chiesa di Montale di Levanto il cancelletto dell’altare maggiore, con esili figure bibliche.

Nel giugno ‘59 il prof. Crema mi richiese a Milano, quale Storico dell’Arte per la Soprintendenza ai Monumenti della Lombardia e con la famiglia ci trasferimmo a Milano.
Allora affluivano nella città lombarda, da ogni parte del mondo, i lessici soggettivi più discordi, con ritmo babelico tra l’onda d‘urto che da oltre Atlantico investiva il Continente Europeo, già terremotato dai “movimenti” della prima metà del secolo XX.
Mi inebriai degli innumerevoli stravolgimenti del linguaggio visivo, scoprendone ogni giorno nuovi traguardi nelle maggiori gallerie d’arte.

Nei primissimi anni Sessanta, il Premio Lissone, alle soglie di Milano, sturava l’otre eolico delle più impensabili sperimentazioni “informali”. Molti artisti già figurativi, quali Fontana e Capogrossi, avevano scavalcato la frontiera del reale. Improvvisai anch’io delle Impronte ma non me ne lasciai invaghire. Presi in affitto, come studio, un ampio seminterrato in via Hayech. Dipinsi grandi pannelli decorativi per la Tavernetta dell’Hotel Astoria di Gardone Riviera. Poi ripresi l’arco elettrico e provai a montare spezzoni di lamiere a cui conferivo forme aculeate o tondeggianti improvvisate, confusioni di elettrodi. Dal settembre 1961, Livia iniziò con supplenze l’insegnamento di materie letterarie alla Media, a Milano e negli anni seguenti con incarichi regolari a Meda e a Cormano. Nel dicembre ‘61, la mia Mamma cadde e riportò la frattura di un femore. Accorsi e provvidi per l’ingessatura. Le piaghe di decubito ce la sottrassero il 30 dicembre ’61, a quattro anni esatti dalla perdita di Papà.

Di nuovo a Milano, dipinsi la Tuffatrice, dono di nozze a Gabriella Castorina. Modellai in lamiere di ferro saldate, la Danzatrice, collocata a Villa Carlotta, Cadenabbia, sul Lago di Como. Realizzai il gigantesco Teddy Boy, che esposi nel parco della Galleria di Enzo Pagani Il Grattacielo, in via Brera. Mi scatenai quindi nel tracciare, in inchiostro a pennello su ampi fogli, una serie di figurazioni mostruose a mezzo busto. Presi ad estrudere, da speciali trafilerie industriali compiacenti, matasse tubolari di fertène policromo (recente prodotto della Montecatini), che assestavo mozze, in singolari accorpamenti. Modellai e saldai altri spezzoni metallici cosparsi di fusioni di elettrodi. Ed esposi tutto ciò, dal 5 al 20 giugno ’63, con la denominazione unitaria di Ciclopi nella Galleria ‘L’Indice’ di Emilio Maria Tumminelli, in via Santo Spirito. Seguì una incredibile processione di visitatori. Lo scultore Francesco Messina comprò un disegno. Annamaria Raini (Mostre a Milano. Le Arti, A. XIII, N. 8, Milano 1963, p. 30) scrisse:“… La Galleria ‘L’Indice’ ci ha mostrato delle composizioni plastiche tra le più efficaci di oggi con la serie dei ‘Ciclopi’ di Giuseppe Consoli. Forme forgiate in rugosa materia di ferro, o tirate su di peso dall’intricato viluppo di budelli in fertene colorati: si direbbero corpi di una compressa vitalità organica, che si protendono a cercare un respiro da tutti quegli orifizi rimasti boccheggianti dal tronco…”. Ne manifestarono vivo interesse Gino Traversi (Le Arti e gli Artisti, Finarte, n. 4, Milano, p. 31) e Salvatore A. Buffo (Artisti siciliani a Milano: Violenti e aggressivi i “Ciclopi” di Giuseppe Consoli, Corriere di Sicilia, Catania 14 giugno 1963.

Lasciai il seminterrato di via Hayech per uno studio luminoso in corso Indipendenza. Ma fondamentalmente ero ormai impegnato in assidui contributi di ricerca storica per la rivista Arte Lombarda. Solo nel ’65, esposi nel Ristorante La Bella Pisana, ove aveva luogo un ‘Premio’ annuale, dipinti e disegni di cronaca violenta: Aggressioni notturne ai benzinai solitari, Incidenti stradali, Scippi in motoretta, Spettatori urlanti negli stadi, Ragazzi di vita. Nel ’66, pubblicai I Giuochi Borromeo ed il Pisanello per la casa editrice Il Milione e, presumendo Antonello aiuto dell’autore del celebre affresco, “El servo” del ‘Trionfo’ Sclafani, sul n° 33 di Arte Antica e Moderna, Sansoni, Firenze. Nel ’67 esposi nel Ristorante Covino, in via Manara, ove i giovedì sera si radunava il fior fiore dei giovani collezionisti al seguito degli anziani, Mazzotta e Verderame, quanto mi rimaneva degli anni ’46 – ’56 (e andò ‘a ruba’ in buona parte).

Al Convegno Internazionale di Varenna, sui Maestri Intelvesi, sostenni decisamente la conservazione in situ della ‘Camera Picta’ di Montronio, che in Arte Lombarda illustravo nel suo sviluppo con miei disegni. Non immaginavo che, mancatone l’asporto a cui teneva avidamente, l’intrigante collega della Soprintendenza alle Gallerie provvedesse al mio personale ‘asporto da Milano’, quale Direttore del Museo Nazionale di Messina.

Poiché avevo ormai da rintracciare a Palermo la segnatura dell’autore dell’affresco Sclafani, ritenni provvidenziale quell’opportunità. Istituì l’Associazione Amici del Museo Nazionale di Messina, i Quaderni del Museo, programmai incontri domenicali con i Soci per l’analisi storica di singole opere esposte. Feci pazientemente la spola tra Messina e Milano fino al giugno ’68, quando finalmente ci riunimmo con Livia e le nostre ragazze nella palazzina annessa alla ex Filanda Mellingoff, sede delle raccolte.

Livia, che intanto ne aveva conseguite entrambe le Abilitazioni, insegnò Storia dell’Arte al Liceo Classico di Milazzo e Lettere ad una Media di Messina. Io, tra il ’68 e il ’69, affrontai la ricerca della segnatura del pittore del ‘Trionfo’ Sclafani, e, dai radi avanzi superstiti nel polsino, decifrai con assoluta certezza la segnatura, SPICRE 1462, del geniale maestro digionese Guillaume Spicre. E inoltre, dagli avanzi di una iscrizione apocrifa intorno alla mano dell’aiuto che regge la ciotolina, decifrai nettamente Antonellvs Messanēsis.

Seguirono interviste radiofoniche e televisive e articoli sulla stampa messinese, catanese e nazionale nonché mie conferenze con proiezioni di diapositive, al Rotary Club di Messina e al Lyon’s di Catania. Ne diedi notizia come Un episodio sconosciuto di Antonello da Messina in Rotary Club – Messina, Gennaio 1969, n. 3, pp. 1-3, con le trascrizioni dei resti della segnatura di Spicre e della scritta apocrifa riguardante Antonello. Si offerse di pubblicare la relazione dei miei reperti la Rivista Scientifica Universitaria Cronache di Archeologia e Storia dell’Arte. E dovendo io prender parte ad un concorso per titoli interno alla Amministrazione delle AA. e BB. AA, ottenni di eseguire la prestampa di estratti. La intitolai, ovviamente: Antonello e Spicre 1462 nel “Trionfo della Mortedi Palermo. Mi si assegnò il n° 6 del 1967. Invece, il mio referto, le foto e le trascrizioni grafiche, apparvero nel volume n° 5 di Cronache di Archeologia e Storia dell’Arte – Università di Catania, con il titolo Antonello e Spicre: una ipotesi sul “Trionfo della Morte” di Palazzo Sclafani.

Quella realtà palmare non era affatto “una ipotesi”. Ma con la pubblicazione di quel numero, la collaborazione tra i due Istituti cessava. Cronache prosegue tuttora per la sola parte archeologica.
Contro ogni regola deontologica, la Soprintendenza alle Gallerie palermitana ignorava i miei reperti e i resti di segni alfabetici nel dipinto, benché decifrati e in parte trascritti nell’Ottocento. Ne dissuadeva i curiosi. Avrebbe persino soppressi quei resti nel 1983.
Ne sorse un astioso contrasto assurdo. Una irreparabile rottura. Nel 1989, si sarebbe addirittura celiato di “firme presunte”. Malgrado tutto, curai nel ’70 il fascicolo sulla XIII Settimana dei Musei Italiani e nel ’72 sulla XV Settimana. Tra varie ulteriori vicissitudini – tra cui, nel 1970, i fatti di Reggio Calabria che bloccarono il traghettamento dello Stretto, per cui il Museo fu disertato dalla maggior parte dei custodi calabresi, e dovetti ricorrere alla vigilanza diurna e notturna della Polizia – ritornai definitivamente a Milano con la mia famiglia nell’ottobre 1971. Gilberto Martelli, mio ex compagno a Wietzendorf, succeduto al prof. Crema nel ’67, mi reintegrò nella Soprintendenza Lombarda dal giugno ’72.

Dal 18 gennaio al 18 febbraio 1973, esposi nella Galleria già di Mino Pater in via Borgonuovo, una nuovissima serie di oli: Gatto acciambellato, Gatto famelico, Gatto meridiano, Gatto sospettoso, Ragazzo che gioca con le nocciole, Incidente, Ricamatrice e grandi disegni a china ed oil-pastel, Mani, Bagnante al sole, che Carlo Munari presentò in catalogo: “Le immagini di Consoli sembrano percorse da un antico furore. Più che ai portati della cultura figurativa riferita alla sua generazione, questo artista è vincolato alla Stimmung della sua terra siciliana: a un fitto intrecciarsi di solarità e di notturnità, di magnificenza barocca e di natura selvaggia, fascino di negre rocce vulcaniche e di un mare ossessivamente azzurro. Certo la sua vicenda aduna esperienze molteplici, e tuttavia quella Stimmung è ravvisabile in ogni tempo: dai periodi della formazione, nell’immediato dopoguerra, quando la lezione post cubista in genere e il picassismo in particolare esercitavano un carico di suggestioni pressanti, a quelli in cui la propensione al realismo cercava legittimità nell’istanza sociale, e quindi nei cicli delle ‘aggressioni notturne’, delle ‘rapine’ e degli ‘incidenti stradali’, dove invece la desunzione del lato cronistico avvalorava la denuncia dell’assurdità della violenza. Adesso, in più matura stagione, il linguaggio è andato decantandosi in una equilibrata plasticità, in una sorta di oggettivismo nel quale però l’antico furore, lungi dal placarsi, si rafforza in ragione della pregnanza di dati esclusivamente pittorici. Consoli non racconta né descrive: egli è riuscito a emblematizzare l’evento nei termini di un lirismo essenziale che trapassa dai toni di un’asprezza disadorna fino alle note alte di una panica comunione. In questo senso, i ‘paesaggi etnei’ sono esemplari indicando la pluralità di recezione di un avvenimento: quei profili di monti stagliati sull’uniformità di cieli incandescenti, quelle torsioni d’oscure rocce scoscese e tormentate, quei fiori di colore e di luce che emergono da inusitati grovigli trasformano il paesaggio in un misterioso groviglio di vita, nel quale, soggetto evocante e oggetto evocato si compenetrano in allucinante tensione. Questa serie di dipinti ha favorito l’instaurarsi di una dimensione spaziale inedita, rispetto alla precedente vicenda, rendendo possibile l’affrancarsi della susseguente serie dei ‘gatti’, nella quale in pienezza rifluiscono le doti di Consoli. Stagliandosi contro campiture ampie e imbevute di luce – la greve, inebriante luce meridionale – la figura del gatto si propone come l’improvvisa apparizione di un animale mitico, di un latore di messaggio arcano e insieme enigmatico. Potenziando il suo essere ferino, adombra talora il presagio di una minaccia incombente; definendosi in altre versioni nel segno di una parvenza domestica, sembra configurarsi a guisa di nume tutelare. Momenti diversi di una tematica che trova comunque unità di rappresentazione per la cadenza del linguaggio. Il ritorno di Consoli a Milano coincide dunque con le sue prove più significative. E’ da prenderne atto con soddisfazione: la generazione di Consoli, sorta sulle rovine del Novecento è costretta a creare, giorno dopo giorno, i propri credi, al di là delle mode caduche e dei gusti provvisori, rende ancora una volta testimonianza della propria vitalità, della propria necessità di espressione“.

Ne diedero riscontro critico: Giorgio Maschera (L’Avvenire, Milano, 26 gennaio1973, p. 3); Dino Villani (La Libertà, Piacenza, sabato 27 gennaio 1973, p. 5); Marco Valsecchi (‘Arte e Mostre’: Furore espressionista di Consoli, Il Giorno, Milano, mercoledì 31 gennaio 1973, p. 6); Raffaele De Grada (Giorni – Vie Nuove, Anno III, n° 5, 7 febbraio 1973, p. 72); Gino Traversi (Socialità, Milano, Anno II, n° 3, Marzo 1973); Domenico Cara (Giustizia Nuova, Bari, 15 marzo 1973); Marussja (La Sicilia, Catania, 15 marzo 1973, p. 3); Elda Fezzi (Le Arti, ‘Mostre a Milano’, n° 4, aprile 1973, p. 53).
Il 1° maggio 1974, per la Legge sull’esodo volontario degli ex Combattenti e Reduci dall’ultimo conflitto mondiale, andai in quiescenza anch’io, cinquantacinquenne. E poiché Carlo Munari aveva decifrato e scandito nitidamente il mio percorso, ne colsi l’antinomia tra disegno e colore che vincolava all’oggettività naturalistica il fluire delle forme nella mia definizione espressiva. E parafrasando spregiudicatamente l’insigne eredità ceramograficaattica e macroellenica, affidai alle fluide escursioni del colore arancione sul fondo nero il libero disporsi organico delle mie spontanee connessioni formali.
Esposi da Gipico ad Arese dal 5 al 30 aprile ’75 le primizie di quella nuova fase, che, pur considerandola “imprevedibile”, Carlo Munari riconosceva, nel catalogo, “motivata, soprattutto, dall’incombere di un dolore per l’ingiustizia che colpisce l’uomo, dall’urgere di una denuncia per la continua crocifissione cui esso è sottoposto, dal prorompere di una protesta che non è sterile ma vuole additare la via della salvazione giusto evocando a monito le situazioni negative: l’odio, la violenza, il sopruso, la ferinità, anche il sesso disancorato dalla natura e ostentato lubricamente come futile moda”.

E’ del 1976 la produzione in 32 esemplari della stampa No war.
Protrassi quella fase fino a tutto il ’77, ma ne mostrai gli esiti solo dal 10 al 29 marzo ’84, alla Galleria Ciovasso di Giovanni Billari. Recensì quella Mostra Gianni Prè (Visto a Milano, Alla Bottega, Anno XXII, n° 4, luglio-agosto 1984, pp. 50/51). Nella rubrica I Galleristi informano (Arte – Giorgio Mondadori – Bolaffi, n. 141 del Maggio 1984, p. 97), sotto la riproduzione del Cavallo scalciante di Consoli, esposto alla Ciovasso, c’era una breve nota anonima: “Fedele alla periodicità distanziata delle sue personali milanesi (1956, ’63, ’73, Giuseppe Consoli, siciliano attivo a Milano da oltre un quarto di secolo, ha presentato una selezione di 26 dipinti finora inediti. La fondamentale bicromia dell’arancione su fondo nero, con variazioni policrome di essenziale raffinatezza, ne caratterizza le raffigurazioni, sia in immagini singole di scultorea prominenza, sia in condensate composizioni di intensa drammaticità”).
Devo d’altronde precisare che intanto, nel gennaio 1978, sollecitato dall’amico Ugo Ferroni, mi ero ripresentato a Catania (ne mancavo dal ‘56), alla Galleria La Racla di Rosetta Palmisciano, con grandi disegni ad inchiostro ‘ecoline’ a punta di penna, elaborati di getto a Milano: bizzarri congegni strutturali di vario modellato, a falde metalliche e articolazioni sbilenche o conglomerati plastici polimorfi, prominenti da fondi neri. Escludevo dunque fin da allora ogni traslato referenziale, assumendo ormai quella che era divenuta, esotericamente, direi, la mia facies definitiva occulta.Alla mostra erano accorsi innumerevoli miei amici di gioventù.
Ricorrendo nel febbraio ’78 il quinto Centenario della scomparsa del sommo pittore Antonello da Messina, provvidi a pubblicare un mio saggio, Rettifiche e acquisizioni per Antonello su l’Archivio Storico Messinese, III Serie, vol. XXIX, Messina 1978, pp. 5 – 355.
Nel 1980 curai la pubblicazione, nella collana Musei d’Italia – Meraviglie d’Italia, del Catalogo del Museo Regionale di Messina per l’editrice Calderoni di Bologna.
Nel ’96, da Quasar di Severino Tognon, a Roma, pubblicai (aggiungendomi il cognome materno) La ‘bufala’ del Summonte. Operando costantemente nella invenzione pittorica di pure forme cromatiche coloratissime ed estrose, giunsi alla formulazione di una serie di immagini fantastiche che esposi nel febbraio 2000, a Milano, nella Libreria dell’Angolo, di Milena e Giuliana Prè, in Corso Sempione.

Aveva preannunciata quella mia personale estrema Sergio Spadaro: Giuseppe Consoli: Percorsi dell’immaginario come libere forme fantastiche, (Contro Corrente, Anno V, n° 17, dicembre 1999, pp. 72-73).
Giustamente, Spadaro definiva “carsicamente effusiva” la mia intermittenza nell’esporre. In realtà, il mio rapporto con la pittura era un fatto intimo. Mi soddisfaceva raggiungere un risultato formale. Accontentavo una mia esigenza intellettiva. Non avevo bisogno di consensi altrui.
Le ‘forme’ esposte a Catania nel ’78 non mi impedivano di esporre a Milano nel 1984 opere antecedenti inedite. La coerenza era una ragione di riservatezza soggettiva.
Nel 2000, il vivere umano mi ripugnava. Armonia era solo tra i colori e i suoni.

Raffaele De Grada segnalò (Guida alle Mostre, Corriere della Sera, martedì 1° febbraio 2000): “La pittura di Giuseppe Consoli erutta lingue di fuoco, poi scompare per anni fino alla successiva colata di colore. Questa volta vediamo un Consoli assolutamente nuovo: è il lavoro degli ultimi quindici anni, che ora presenta, dopo la mostra alla Ciovasso del 1984. Conosciamo Consoli dalla Quadriennale del 1948 e dalle sue partecipazioni ai primi Premi Suzzara. Per quanto egli fosse uno studioso appassionato di arte antica, la sua era una pittura che seguiva con sensibilità e originalità quasi eccentrica, tutti i percorsi del moderno. Metamorfosi (1983)Ancora una volta, Consoli non tradisce. Studioso degli anomali capolavori di arte antica, dal ‘Giuochi’ del palazzo Borromeo al ‘Trionfo della Morte’ del Museo di Palermo, Consoli presenta ora spunti di pittura surreale, come se avesse messo in un computer le sue fantasie desunte da quei capolavori enigmatici. Fino a ieri le esplosioni di Consoli erano trattenute da una griglia picassiana, come limite insuperabile, rispetto al suo precedente realismo. Ora se ne è completamente liberato facendo danzare forme astratte su fondi neutri come dipingesse su vasi di ceramica. I quadri di questo periodo non sono però forse da guardarsi uno per uno o come opere compiute. E’ preferibile vederli di seguito uno accanto all’altro come in un galoppo fantastico come tante successive, imprevedibili variazioni.”

Nel 2001, a Milano (Bocca Editori) seguìi la pubblicazione del volumetto Antonello fuori dai luoghi comuni.
Il 23 settembre 2002, Livia ci lasciava con incomparabile dolore.
Da allora, il mio impegno è concentrato a comporre il testo conclusivo delle mie ricerche sulle opere giovanili di Antonello da Messina, con considerazioni storiche su una collaborazione fra Antonello e Zanetto Bugatti nel Trionfo della Morte di Palermo, e, in special modo, dopo aver avuto il piacere di visitare nel 2006, la bella mostra romana delle opere mature di Antonello alle Scuderie del Quirinale.